Tra fede e folklore: il racconto del 13 giugno con la tradizionale benedizione del pane, la processione nel quartiere e le curiosità storiche di una chiesa nata sotto un altro nome
Ci sono storie in Puglia capaci di intrecciare la profonda devozione religiosa al fascino del racconto popolare più autentico. Una di queste si è rinnovata lo scorso 13 giugno a Monopoli, durante la Solennità di Sant’Antonio di Padova, una festa che ogni anno attraversa il quartiere con la sua solenne processione e il profumo inconfondibile del “Pane dei Poveri”, benedetto e distribuito per sostenere le realtà solidali del territorio. Ma dietro questa sentita ricorrenza si nasconde un enigma storico e una leggenda che pochissimi turisti – e non tutti i residenti – conoscono: la storia di una statua “ribelle” e di una chiesa che ha cambiato persino identità.
La leggenda del Santo che scappò dalla maldicenza
La curiosità più affascinante riguarda la seicentesca statua lignea custodita nella parrocchia. Anticamente, l’effigie di Sant’Antonio era venerata nell’oratorio privato di un ricco possidente monopolitano in via Garibaldi n° 60. Sebbene il proprietario fosse un uomo pio, sua moglie aveva un vizio incorreggibile: la maldicenza.
Una gelida sera d’inverno, mentre la donna spettegolava animatamente davanti al camino con alcuni ospiti, una voce misteriosa e indispettita interruppe i discorsi esclamando in dialetto: “Mò ‘m n vēchë!” (Adesso me ne vado!). La nobildonna, convinta che l’arrogante censore fosse un cameriere, lo licenziò. La scena si ripeté la sera successiva con un altro servitore. La terza sera, all’ennesimo rimprovero della voce, la donna sbottò: “E vattene una buona volta!”.
La mattina seguente, il sacrestano della chiesa della Madonna delle Grazie, nell’aprire il portone, fu investito da una luce straordinaria: a terra, sul sagrato, giaceva la statua di Sant’Antonio, fuggita da quella casa appestata dai pettegolezzi. I frati provarono a restituirla, ma il Santo scappò di nuovo. Ceduto definitivamente alla chiesa, il Santo non trovò pace: veniva continuamente ritrovato con il dorso rivolto ai fedeli, come se rifiutasse di guardare il popolo. I frati furono costretti a costruirgli un altare nel coro retrostante, costringendo i fedeli a girargli dietro per venerarlo. Da quel giorno, per tutta Monopoli, divenne “Sant’Antonio il Fuggitivo”.
Una chiesa nata per “errore” e una piazza d’armi diventata giardino
Ma le curiosità non finiscono qui. Se oggi visitate la Chiesa di Sant’Antonio, state in realtà entrando in quella che per secoli è stata la chiesa conventuale dei frati Minori Osservanti, dedicata alla Madonna delle Grazie (edificata alla fine del ‘400). Fu solo nel 1919 che il Vescovo Mons. Nicola Monterisi decise di trasferirvi il titolo parrocchiale dal SS. Salvatore, per servire un quartiere in forte espansione oltre le vecchie mura.
Anche lo spiazzo antistante la chiesa racchiude un passato insospettabile: dopo la cacciata dei frati nel 1853, l’area divenne di proprietà comunale e fu utilizzata come piazza d’armi per le esercitazioni militari. Oggi quell’antico campo di addestramento è un tranquillo giardino pubblico, che ospita un cippo in pietra in ricordo del celebre compositore e musicista monopolitano Orazio Fiume (1908-1976).
Entrando nel tempio, la navata unica si rivela uno scrigno d’arte barocca e rinascimentale, impreziosito dalle cappelle delle famiglie più facoltose della storia cittadina (come i Palmieri, i Cortes e gli Isplues, questi ultimi di origine spagnola). Al loro interno si possono ammirare opere dal valore inestimabile, tra cui spicca la splendida tela di Sant’Antonio, dipinta dal maestro Costantino da Monopoli. Il monumentale campanile che ammiriamo oggi porta invece i segni della rinascita: parzialmente distrutto durante la Prima Guerra Mondiale a causa di un bombardamento da parte di una nave austriaca, fu riedificato con orgoglio dal parroco dell’epoca, Don Vito Bini.
